Il contesto

La XII domenica del Tempo Ordinario mette insieme la voce ferita di Geremia, la riflessione di Paolo su Adamo e Cristo, e l'invito di Gesù a non avere paura. Non è ottimismo. È una parola detta a discepoli che dovranno testimoniare in mezzo a ostilità, incomprensioni e rischio reale.

La parafrasi

Gesù ripete: non abbiate paura. Ma non lo dice perché non ci sia nulla da temere. Lo dice perché la paura non deve diventare il criterio ultimo della missione. Ciò che è nascosto verrà alla luce; ciò che è sussurrato dovrà essere annunciato. Il discepolo non possiede una verità privata da custodire per sicurezza. Riceve una parola che, a suo tempo, deve diventare testimonianza. Poi Gesù distingue i poteri: c'è chi può colpire il corpo, intimidire, escludere, perfino uccidere; ma non può decidere il destino ultimo della persona davanti a Dio. Questo non rende il dolore meno reale. Lo colloca dentro una fedeltà più grande. I passeri, venduti per poco, non cadono fuori dallo sguardo del Padre. Perfino i capelli del capo sono contati: immagine di una cura che non cancella la prova, ma impedisce al discepolo di sentirsi abbandonato. Riconoscere Cristo davanti agli uomini significa vivere senza vergognarsi di lui quando costa.

La cosa che non ti hanno spiegato

Il riferimento ai passeri non è sentimentalismo. Nel mondo antico indicavano qualcosa di minimo valore commerciale. Gesù usa ciò che vale poco agli occhi del mercato per parlare dello sguardo del Padre. La dignità del discepolo non nasce da quanto pesa nel mondo, ma da chi lo custodisce.

Una domanda aperta

Quale paura mi sta insegnando a tacere ciò che dovrei testimoniare?