Il contesto

Isaia parla di un servo chiamato fin dal grembo materno e mandato alle nazioni. Paolo, nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, ricorda che Giovanni ha preparato la venuta di Cristo con un battesimo di conversione. Il Vangelo racconta la nascita di Giovanni: il tempo si compie, Zaccaria ritrova la parola, e un bambino riceve un nome che non viene dal calcolo umano.

La parafrasi

Elisabetta partorisce un figlio e i vicini si rallegrano con lei. Ottanta anni di attesa non sono più soltanto biografia privata: diventano segno pubblico. All'ottavo giorno, durante la circoncisione, tutti si aspettano che il bambino porti il nome del padre. Ma Elisabetta dice: «Giovanni». Zaccaria, ancora muto, scrive lo stesso nome su una tavoletta. Allora la bocca si apre e il Benedictus esplode: benedizione, promessa, missione. Il bambino non è un ornamento della pietà domestica. È profeta fin dal grembo, come aveva detto l'angelo. I vicini capiscono che qualcosa di più grande è accaduto: «Che cosa mai diventerà questo bambino?». La domanda è giusta. Giovanni crescerà nel deserto fino al giorno della sua manifestazione a Israele. La solennità di oggi non guarda solo un parto felice. Guarda l'inizio di una strada che condurrà al Giordano, all'Agnello di Dio, alla verità detta anche a un re, fino al sangue.

La cosa che non ti hanno spiegato

Il nome Giovanni significa «Il Signore ha manifestato la sua grazia». Non è un'etichetta devozionale: è programma. La nascita del Precursore è già linguaggio teologico: Dio entra nella storia con nomi precisi, tempi ordinati e vite che non appartengono più al caso.

Una domanda aperta

Quale parte della mia vita ha ancora bisogno di essere chiamata per nome da Dio, senza lasciarmi definire solo dalle aspettative altrui?